GENNAIO 2004


IL BIANCO E IL NERO
     

Giuseppe Cataldi

Benché, nelle scelte della generalità dei consumatori, la fotografia a colori abbia soppiantato, ormai, quella in bianco e nero, tuttavia, quest'ultima è ancora largamente praticata da professionisti e fotoamatori e, anzi, proprio per merito di questi, nel corso degli ultimi anni, sta conoscendo una nuova, fiorente stagione.
Soprattutto i grandi fotografi di reportage, hanno fatto della fotografia in bianco e nero uno strumento irrinunciabile, per semplicità di linguaggio e forza espressiva, subito imitati dai fotoamatori che, in questa scelta tecnica e linguistica, trovano, e conservano, quelle possibilità espressive che hanno fortemente contrassegnato anche le loro, e le nostre, iniziali esperienze fotografiche.
Pino Cataldi è fra questi.

Le sue immagini sono l’espressione tipica del fotografo di vecchio stampo, quello che pretende di mostrare quel che vede in maniera inequivocabile, pur sapendo che in fotografia l’ambiguità è di casa. La sua pretesa di rendere il mondo reale così come lui lo vede, lo tiene ancorato ad un modo di fotografare e sentire la fotografia ancora lontano dalle mode attuali, ma vicinissimo, però, al vedere e sentire di tanti altri fotografi, molti dei quali hanno fatto la storia della fotografia. I suoi ritratti, per esempio, sono rappresentativi in tal senso. Nell’atto di prendere la fotografia, Cataldi non compie introspezioni psicologiche alla ricerca del carattere del soggetto, non cerca di farne affiorare l’anima; fotografa, invece, e soprattutto, la materia e la sua forma, perché sa che proprio attraverso la forma della materia può raccontare anche il carattere e l’anima. La sua filosofia è spiccatamente materialista, perché Cataldi fotografa quel che vede, e pretende che quel che fotografa, e solo quello, debba essere visto. La sua puntigliosità nello sviluppo e nella stampa dei negativi, che esegue personalmente, è un ulteriore elemento a sostegno di quest’affermazione, perché è proprio in fase di sviluppo e stampa che Cataldi delinea compiutamente il suo teorema espressivo, spesso attraverso l’esasperazione del linguaggio. Il fotografo vuole piena comprensibilità e non vuole essere minimamente frainteso: il suo, infatti, e non solo a livello inconscio, è un estremo bisogno di chiarezza, è la necessità di farsi comprendere, propria d’ogni essere vivente.
Soprattutto per questa ragione, buona parte delle sue immagini sono state elaborate dopo lo scatto, in camera oscura, con opportune mascherature, attraverso un delicato e severo procedimento che vieta ogni compromesso, di qualsiasi genere esso sia.
Il fotografo, infatti, non vuole lasciare niente al caso, e quella che, a prima vista, potrebbe essere erroneamente intesa come principale motivazione del fotografare, e cioè: la ricerca dell’inquadratura corretta, la tecnica di stampa accurata, l’esaltazione del contrasto, a volte durissimo, con il quale trae, a forza, dal magma del mondo, la sua visione, la sua intuizione, il suo sentire, in realtà, non solo non costituisce affatto la reale motivazione del fotografare, ma è, soprattutto, la palese manifestazione dell’esigenza di chiarezza per l’autore, l’inderogabile necessità di far vedere meglio e di far capire appieno.
Cataldi, inoltre, è così fortemente teso a rappresentare il mondo nel modo più fedelmente possibile al reale, che dalle sue immagini non emerge mai il sogno: condizione psicologica, questa, che l’autore proprio non si cura di comunicare. In questa mostra, infine, figurano anche paesaggi e scene di vita comune che, come i ritratti, sono ulteriori aspetti dell’espressione artistica dell’autore coerentemente in linea con il suo linguaggio, forte, a volte rude, caratterizzato da un’inconciliabile dicotomia.

Edoardo Silvestroni



© Copyright - Tutte le opere fotografiche esposte in questa galleria sono proprietá e dell'autore.Vietata la riproduzione parziale e totale delle stesse.

>