MARZO 2004


DONNE IN MOSTRA
    

GLORIA EMILI - SERENELLA STEFANI - SONIA TERSIGNI - DANIELA ZEVINI

"Femina è cosa garrula e fallace", sentenziava Torquato Tasso.

E Femmina, del resto, è già termine spregevolmente connotato, scelta lessicale che s'oppone a Donna celebrando tratti fisici inequivocabili e impudenti: sangue, umori, pezzi di carne. La cronaca del corpo femminile si nutre di divieti, mortificazioni e sofferenze quand'anche paludati da stilnovistici omaggi! Solo a Francesca, l'adultera del canto V dell'Inferno, Dante consente l'ambiguo privilegio d'una "bocca": parola cruda e carnale altrimenti sostituita ovunque - e massime per la sua Beatrice - dalla metafora "sorriso", che ombreggia il mito virginale nell'impalpabilità d'un gesto. Più spesso, nella tradizione letteraria delle origini, sono le immagini della natura a parlare della Donna: realtà sovrasensibile, entità teoretica, utopia di amore casto... con qualche ovvia preferenza per la figura della cara estinta, la cui condizione annulla d'emblée il rischio della concupiscenza. La storia, poi, si snoda veloce. Slabbrando i confini così netti disegnati dal vocabolario. Precipitando nella vergogna delle antiche definizioni teologiche di Eva come "arma di Satana"; negli etimi rocamboleschi che adombravano in "femmina" un "difetto di fede"; nell'orrore dei processi alle streghe; nella bieca supponenza che rivendicava al cuore e al cervello degli uomini un maggiore peso specifico; fino al passato recente che riempiva i sussidiari di encomiabili esserini tutti panni da spolvero e ferri da stiro e più giù, al discutibile presente di una Pubblicità Regresso che di quei libercoli scolastici sembra l'alternativa pornografica, avendo dotato la madre e sposa esemplare di un irrinunciabile bel paio di tette. Donne in (bella) mostra. Tutte labbra, occhi e sex appeal.
Ed è qui che il percorso di intelligente e sensibile indagine condotto dalle quattro fotografe crea un'ansa, uno spazio largo e denso in cui sostare per arricchire la riflessione di stimoli nuovi e originali. Soprattutto, e senza dubbio, coraggiosi.
Perché a guardarle, queste fotografie, viene da pensare subito: "Che bello!". Ma che bello questo mondo di latex rosso, e bocche tumide, e cosce lunghe. Ma che belle queste cornici di pizzo che impreziosiscono i seni, queste fenditure sapienti che svelano i sederini sodi. Ma che belle queste curve morbide che sorprendono dai finestrini in corsa della metropolitana, che sollevano alternative ai percorsi rettilinei delle auto imbottigliate nel traffico, che nelle vetrine distraggono dalla piatta e quadrata evidenza dei prezzi esposti sui cartellini. Ma che belle - e via! - le donne belle. Per qualche istante l'ansa rischia di trasformarsi in palude, di irretire l'analisi lucida nell'estasi dei sensi. Proprio da questo stallo però il pensiero prende slancio. Elastico d'una fionda che ha bisogno di essere tratto indietro per scagliare più lontano l'oggetto-mente.
Le quattro autrici rifuggono lo stereotipo diffuso della denuncia che passa attraverso la raffigurazione del dissenso esplicito, o di un'alterità di sofferenza, o dello sfruttamento crudele che suscita sdegno immediato. Rifuggono lo stereotipo diffuso della denuncia che evoca (e invoca) il Brutto, per sorprendere con "luoghi meno comuni e più feroci": quelli di un'ostentazione del Bello che impietosamente svela e denuncia i meccanismi subdoli e violenti dell'edonismo complice delle forzate dell'apparenza! Che spunti in bikini da un vasetto d'acciughe o si copra di petali colorati, che tiri via le rughe senza iniezioni o, sfidando l'ordine naturale della meteorologia, affronti le nevi perenni in mutande e l'estate in cappotti di animali morti, la Donna non cessa d'essere messaggio di vendita privilegiato in un mondo costruito da uomini per gli uomini... che per compensare i torti inferti da madre natura alla propria partner eventualmente s'accollino le spese di restiling presso un chirurgo estetico! Così, sotto al peso del sospetto d'un voyeurismo proditorio, il lucore delle immagini si appanna. Si scompone in puzzle di dettagli che debordano dai confini della fotografia. Si copre di frammenti di ghiaccio opachi e graffianti. Si sfalda in certi casuali décollage urbani che avrebbero incantato Rotella e Hains, sapientemente colti sui muri e immortalati con disincantata ironia dalle quattro fotografe. Gli obiettivi attenti e l'abilità della tecnica fotografica si fanno latori di una denuncia antica come il genere femminile ma svolta in modo inconsueto, indiscreto e più efficace. Donne in mostra, dunque; con tutta la seducente ambiguità che il titolo di questa collettiva reclama.
Esultate, esultate: le streghe son tornate!

Francesca Guercio



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