NOVEMBRE 2008


I SURMA
    

MICHELE SARDILLI

Ad un’ora di cammino da dove abbiamo piantato le tende, in mezzo ad un largo spiazzo, assisto con i miei amici ad un torneo di Donga, che significa “lotta con i bastoni”. Si tratta di uno dei rituali africani più violenti, a cui partecipano 20 o più uomini in rappresentanza dei vari villaggi della zona. Diverse sono le motivazioni che spingono i giovani Surma a praticare questo ‘sport’: dimostrare la propria forza e coraggio, vendicare un torto subito, difendere l’onore del villaggio, conquistarsi una moglie. Non a caso, il bastone di legno che viene usato per il combattimento, lungo un paio di metri, ha la punta scolpita a forma di fallo. La fortuna ha voluto che quello a cui assistiamo non è uno organizzato per i turisti. Vi saranno state circa 4-500 persone, tra combattenti, semplici spettatori, donne e ragazzini che, in disparte, organizzano il loro mini torneo. Ogni tanto, dalla massa si stacca un gruppetto di uomini, sicuramente appartenenti allo stesso villaggio, che, preceduti dal proprio campione, avanzano minacciosamente, danzando e intonando inni tribali, alla sfida di un altro gruppo. Avviene quindi che gli sfidanti, inizialmente anche più di due, si fronteggino assumendo posizioni che denotano la messa a punto di una tecnica ben precisa per affrontare il combattimento. Circondati dagli spettatori riuniti in cerchio, i contendenti si sfidano poi a coppie e iniziano a darsele di santa ragione con i loro bastoni. Le regole fondamentali sono essenzialmente due: vince chi resta in piedi ed è assolutamente vietato provocare la morte dell’avversario; se ciò avvenisse, l’uccisore verrebbe messo al bando per sempre dal villaggio e gli verrebbero tolti tutti i beni. Nel marasma delle varie sfide, e se ne svolgono diverse contemporaneamente, ogni tanto capita di sentire un colpo partire da uno dei numerosi kalashnikov presenti tra la folla, pare che serva a sospendere le sfide in corso per poi farle riprendere, ma non sono convinto che questa sia l’unica ragione. Gli uomini che si affrontano nel Donga si proteggono spesso con casco, ginocchiere, parastinchi ed altri accorgimenti, realizzati con cotone intrecciato e variamente colorato. Sono invece chiaramente visibili sui corpi dei contendenti che ne sono privi, le ferite provocate dai colpi subiti. Alla fine del torneo, il vincitore viene portato in trionfo a ricevere gli onori della tribù, mentre i perdenti, comunque ammirati dalla comunità per il coraggio mostrato nel partecipare, se ne tornano al villaggio dove aspetteranno di riprendersi dalle botte ricevute prima di cimentarsi nel prossimo Donga.

Michele Sardilli



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