OTTOBRE 2004


KLEEPTOMANIE
    

CLAUDIO SALVI

Se il "Kaos", come scrive J. Saramago, è "un ordine da decifrare", quale mezzo può aiutarci a sciogliere, tra passioni, sentimenti, emozioni, esigenze, i fili intricati ed intriganti di un tale enigma? Mi sono così ritrovato in un estenuante vis-a-vis con tutti (quasi) i grandi maestri della pittura moderna, ovvero con chi tale mezzo ha creduto di trovarlo in quell'arte che, secondo Paul Klee, "dissuggella gli occhi sull'invisibile" Dunque l'arte pittorica come ermeneuta della propria coscienza? Se pittura doveva essere, per me, intanto e nell'immediato, si trattava di confrontarmi con alcuni inevitabili problemi connessi all'utilizzo del mezzo fotografico come scelta espressiva. In altri termini: superare l'oggettività della fotografia come rappresentazione del reale in favore di un approccio esclusivamente psichico alla produzione di immagini. Non più dunque la rappresentazione del "hic et nunc (qui ed ora)" chiuso nei confini di un singolo fotogramma o nel racconto confinato nella sequenza fotografica il cui approdo è la conferma di una tesi precostituita troppo spesso dichiarata in esplicito dal "titolo". Si poneva, in definitiva, un problema di obbiettività verso me stesso. Quale il percorso possibile? Passare da una immagine risultato della impressione del fenomeno sulla personalità del fotografo ad una immagine intesa come rappresentazione/espressione diretta della personalità del fotografo, del suo proprio essere. Dalla sensibilità alla coscienza o viceversa? Questo il dubbio e la base del mio lavoro: estraniarsi dai condizionamenti delle scelte obbligate e rifarsi ai percorsi avventurosi di strade già intraprese… ma come? Il nome di un grande artista, Paul Klee, mi ha dato l'avvio di una soluzione. Il "furto" involontario di esperienze già da altri ed altrimenti vissute. Furto, certo, ma non copiatura di opere d'arte più o meno celebri, piuttosto la ricerca e la successiva "ri-creazione" dietro al mirino, delle precondizioni psicologiche che hanno portato alla realizzazione di quelle opere ed esprimerle attraverso il mezzo fotografico. La "fotografia" ha così assunto tutte e sole le valenze dell'espressione etimologica in senso stretto: "scrittura di luce". In quanto tale: di sola luce si tratta, astrazione pura, riportata in forma bidimensionale ove i volumi perdono significato in favore unicamente di una miscellanea di componenti emozionali, con elementi fortemente sensoriali (per paradosso quasi tattili, auditivi, olfattivi) in un continuo gioco di rimandi, tra conscio ed inconscio, alla memoria, al vissuto, al fondo del proprio io. Mi è peraltro immediatamente apparso di tutta evidenza che non sarebbe stato possibile restare assolutamente scevri da una anche minima forma di condizionamento sia di natura psicologica che di tipo più propriamente imitativo; tuttavia tale condizionamento è dovuto esclusivamente a ragioni di natura emozionale. Maggiore è stato il coinvolgimento emotivo e tanto più alto il "rischio" di avere "rifatto il verso" agli artisti. Ecco il nodo principale: il linguaggio. Non ho cercato una comunicazione univoca del tipo "questo è quello che voglio dirti, questo è quello che devi capire" piuttosto ho inteso coinvolgere empaticamente lo spettatore, portarlo ad emozionarsi con i colori, liberando l'anima dalle sovrastrutture culturali, conoscitive e sensoriali, in una parola dai canoni di lettura, usati (abusati?) nel mondo della fotografia. A traguardo - raggiunto o no - non resta che il consenso del dubbio: il Kaos è un valore da decifrare o l'indecifrabilità dei valori umani? Del resto che importa? Se, per dirla con Henri Matisse, "una tonalità non è che colore, due tonalità sono un accordo, sono vita…."

Claudio Salvi

Caro Claudio, ti ringrazio veramente molto per avermi inviato le fotografie frutto del tuo estro creativo e quelle dei dipinti d'autore a cui ti sei ispirato, chiedendomi di scriverne. Mi piacciono tutte, le tue, e alcune di esse in modo particolare, come oltre dirò. Ti confesso che nella qualità di cultore d'arte figurativa e come letterato d'antan, educato ad un certo tipo di immagine e all'uso di strumenti tradizionali (l'introduzione della penna a sfera, figurati!, io e quelli della mia generazione l'abbiamo vissuta come una rivoluzione un po' traumatica, radicale e definitiva, mentre era solo l'inizio di un processo di cui non si intravede il termine - e, a ben pensare, non è giusto che ce ne sia uno), guardo alla macchina (qualunque essa sia) con un po' di diffidenza e parecchio sospetto, se non timore, come prodotto dell'uomo che finirà per farlo proprio schiavo o per tiranneggiarlo aspramente ( non so se ricordi, per la tua giovane età, Ulisse e l'ombra di un'efficacissima pubblicità al tempo dei Caroselli televisivi; come vedi non scomodo Orwell a cui pure penso!). Fino a quando non ho conosciuto la tua specialissima arte, ero ancora convinto che la macchina fotografica servisse a riprodurre la realtà obbiettivamente (da obbiettivo, appunto); e a lungo in molti lo abbiamo creduto, anche se la scelta del momento, dell'angolazione, della luce, e quant'altro dipendono dal soggetto che effettua le riprese, persino dal suo umore, questo lo so!, e quindi la realtà raffigurata non è - diciamola tutta - se non quella che "vogliamo" essa appaia. Tu invece nella immateriale realtà fisica di una immagine che non "reinventi", ma in realtà "crei", vai oltre, mi sembra. Ho letto le note tecniche e il "percorso", come se non erro lo chiami, che hai compiuto, dall'idea alla sua realizzazione; quest'ultimo mi sembra più facile ad intendersi di quanto non sia per me, che non ho infarinatura alcuna in materia, comprendere i processi tecnici: mi rendo conto, ed apprezzo, l'input culturale che ha mosso il processo operativo. Questo ho potuto farlo prontamente anche perché riconosco nel tuo gesto la presenza di una propensione naturale (meglio, innata) che qui per comodità chiamo narrativa (nel senso di creativa) che ti viene come si dice "per li rami" (e penso a Sandro, tuo padre). Ma in te, ed è tutta "cosa tua", l'estro, la fantasia, l'immaginazione compositiva, non si servono della docile penna, ma piegano ai suoi fini strumenti di tecnica assai più raffinata, in combinazione complessa - e per me suggestiva - tra di loro, come il computer e la macchina fotografica col cui ausilio tu catturi e sottometti la luce plasmando colori. Se avessi dovuto dare un titolo ad uno scritto che non si presenti, come questo, in forma di lettera, l'avrei concepito press'a poco così: "Immaginazione e tecnica nelle invenzioni cromatiche di Claudio Salvi" con un sottotitolo del genere (un po' giocoso solo nella formulazione): "Emozioni di tutti i colori!". Senza scomodare la teoria dei colori di Goethe o l'interpretazione di Ruskin sul colore che in Turner sembra emanare dal mondo fisico < per certi versi le cromìe che tu hai "inventato", non riprodotto o copiato dai dipinti di volta in volta scelti - che sono solo un pretesto! lo comprendiamo, stavo per dire lo vediamo bene - fanno pensare alla polvere di luce e al colore scomposto in infinite molecole iridescenti (liquide e quasi diffuse allo spray) del grande acquerellista inglese (si parva licet componere magnis, perdonami la precisazione) >, ma sicuramente richiamando il legame empatico colore-moto dell'animo (emozione) rinforzato da una sottile provocazione psicologica, nobile supporto, quella d'aver chiamato in causa pittori di gran nome (Balla, Delaunay, Klee, Matisse, Picasso, Pollock, Mirò, Severini - come vedi li ho citati quasi tutti!), di cui in definitiva, se vogliamo, ti sei con gusto intelligente preso gioco (battutaccia: di luci…). Credo che a questo punto si capisca abbondantemente che i tuoi "soggetti" mi piacciono assai, come dicevo in apertura, e perché mi convincono: li scopro "intriganti", taluno più d'altri, s'intende, e in tutti ritrovo estro e acuta sensibilità coloristica, che non so ora dire dove in futuro ti porteranno, visto il tuo, apparentemente flemmatico, spirito ulisside: certamente verso traguardi ancor più eccellenti ed esiti (per noi inculti) inattesi. Se nel caleidoscopio, ricordo della fanciullezza, il caso domina di fatto la composizione meccanica in termini di possibilità finite, nelle tue fotografie (ma è poi corretto chiamarle così? o è più giusto dire opere, cioè costruzioni con un fine, oggettivazione di un atto di libertà interpretativa) l'infinito è la dimensione delle varianti possibili. Questo è quello che ti ha suggerito un celebre dipinto di un celebre autore, qui ed ora, o meglio lì ed allora, ma avrebbe potuto essere altra cosa in altro momento creativo: sta (anche) in ciò la felicità di quel che hai prodotto. Tra tutte le interpretazioni (un pittore direbbe: da…, per segnalare l'artista di riferimento) sono convinto che resteranno "dentro" chi le guarda (cioè le penetra e se ne compenetra) certamente quelle di Pollock e di Burri (quasi ingrandimento d'una tessera all'ennesimo), la trama di maglie da Picasso, la re-invenzione cellulare da Matisse, le siderali striature da Klee, il lacerto di ghiaccio contro il cielo da Delaunay, ma soprattutto - almeno a mio gusto - la scomposizione dell'arcobaleno da Balla, l'intrigo di muscoli e tendini vivi da Kandinskij e i rugiadosi colori di un cupo fondale marino da Severini. Presso che l'intero corpus, come vedi. Per giunta, guardando quanto tu hai realizzato (e pensandovi su) una sottile gioia ulteriore m'ha invaso, quella di riscoprire che, a volerlo, sappiamo (chi può, ma ciò mi basta) in concreto costringere la macchina, anche la più complessa e sofisticata, appunto, come nelle combinazioni che tu usi, ai nostri sogni e bisogni. Mezzo per un fine. Mi restituisci, così, vivadio!, a quella libertà della cui perdita ho temuto (pur con l'obbligo di esercitare sempre la fantasia e l'immaginazione come tu fai e insegni) e francamente ti dico - riprendendo il titolo d'un libro ( o un racconto?) che ebbe una qualche fortuna e mi colpì all'uscita - "c'è speranza se questo accade a Rho" (per me, nel caso, a Cecchina di Albano). Ti ringrazio anche per questo e ti abbraccio con invidia affettuosa. Ai prossimi successi, caro Claudio; dopo questo, s'intende, per il quale mi fingo - ormai contagiato - vibranti ed originali composizioni con dorati cirri di bollicine (per dire: alzo il calice!). Credimi, più di prima, il tuo

Paolo Emilio Trastulli



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