EDOARDO SILVESTRONI


SILVESTRONI EDOARDO è nato il 16 dicembre 1947 in Albano Laziale, dove vive e lavora. Comincia a fotografare nel 1977 dopo una esperienza pluriennale in campo pittorico che abbandona per un mezzo espressivo, quello fotografico, più consono al proprio modo di interpretare e rappresentare i propri sentimenti. Dopo le prime, inevitabili elementari nozioni di Bianco & Nero, approda quasi subito al colore in diapositiva che ritiene più adatto ad esprimere quel mondo interiore che caratterizza preminentemente ogni suo lavoro. Dalle prime, iniziali immagini che riflettono una forte esigenza di conoscenza ed esperienza, non solo di linguaggio, che traduce in forme visionarie ed irreali, passa gradatamente e contemporaneamente ad immagini nelle quali la ricerca trova il suo scopo nella indagine dell'inconscio, e, pur non abbandonando la caratteristica onirica ed allucinatoria delle proprie immagini, sempre servendosi del colore come linguaggio, continua la ricerca di una forma di comunicazione capace di trarre dal profondo della coscienza l'essenziale messaggio delle emozioni e delle sensazioni, dei sogni e delle illusioni.




RUGGINE *1996* ------ La ruggine, pur sembrando un lavoro diverso e a sé stante, è, per certi versi, la continuazione e il compimento del tema già iniziato con la serie dedicata ai muri; la parte che sviluppa ulteriormente il problema relativo non solo al linguaggio ed alla codificazione della registrazione nell’inconscio, ma, soprattutto, all'essenza stessa del soggetto come sublimazione dell'esistenza. Non rappresenta soltanto la corruttibilità del linguaggio ed il disfacimento dell’inconscio, ma anche la degenerazione della sostanza intesa come ritorno al magma originario dal quale rinasce la vita; l'accostamento con il ferro, il metallo "forte" per antonomasia, è proprio quello più indicato a rendere un'idea così complessa come quella dell'esistenza che, benché “idealmente forte”, infine, è vinta. Il colore stesso del ferro che è buio, impenetrabile, e che invece, lentamente e inesorabilmente, si trasforma gradatamente in un colore rossiccio, in certi punti vivissimo, definisce meglio di ogni altro artificio la trasformazione, la metamorfosi che esso subisce. Parrebbe una contraddizione ed invece non lo è, non lo è mai stata. La concezione della morte che le nostre culture occidentali ci hanno tramandato, con la loro religione e la loro filosofia, è ancora troppo legata all'antropocentrismo; la morte dell'uomo non è la fine della vita. Ma il senso delle immagini presentate non è soltanto in questa considerazione, seppure determinante; chi osserva queste immagini, e vuole intenderle, deve far ricorso ad una particolare sensibilità, quella sensibilità che, privilegio di pochi, lascia libera di correre la fantasia inibita dei sognatori e la scioglie affrancata per permetterle di vagare incontrollata dentro quel singolare laboratorio che è il nostro inconscio.



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